Premessa
Una delle molte contraddizioni italiane, e forse la più pericolosa per il futuro a lungo termine, è l’ambiguo rapporto dell’opinione pubblica nostrana con le energie rinnovabili.
Ad ogni impennata del prezzo del petrolio, e quindi dei carburanti, del riscaldamento e dell’elettricità, si invocano messianiche alternative al petrolio, di solito lontane nel futuro.
Tuttavia appena le agevolazioni –tipo conto energia e certificati verdi- e i progressi tecnici rendono tali tecnologie convenienti e quindi diffuse sul territorio scatta l’indignazione per il “mostro”. È avvenuto per l’idroelettrico, poi è stata la volta dell’eolico, uno “scempio” secondo improbabili ambientalisti dell’ultima ora che hanno fatto però risuonare le loro invettive sui mezzi di comunicazione. Lo sarà probabilmente per il fotovoltaico nei prossimi anni o forse mesi, e lo stesso avviene già per le biomasse.
Certo la definizione di biomasse è troppo generica, comprendendo una vastissima gamma di materiali e di tecnologie per il loro sfruttamento energetico, sia termico che elettrico.
Benché alcune critiche abbiano dei fondamenti, come quelle sugli oli combustibili di importazione, va sottolineato che il bilancio delle emissioni di carbonio è sostanzialmente a somma zero: si emette il carbonio assorbito dalle piante durante la loro crescita. E comunque anche alle emissioni del petrolio, che è di per se estremamente inquinante, va sempre aggiunto l’inquinamento dovuto al trasporto, visto che lo importiamo quasi per intero da altri continenti. Quel che va condannato senza appello è l’uso sciagurato di alimenti, in primis il mais, per utilizzo energetico, magari per riempire i serbatoi degli inefficientissimi SUV che divorano con un pieno di bioetanolo l’equivalente in cereali del fabbisogno di una famiglia per alcuni mesi. All’altro estremo si possono indicare come esempi particolarmente virtuosi di sfruttamento di biomasse l’utilizzo di scarti di lavorazioni e soprattutto la loro valorizzazione in co-generazione: produzione di energia elettrica e sfruttamento del calore residuo per teleriscaldamento.
Nonostante l’utilizzo efficiente, pulito e assolutamente etico di questo tipo di impianti i pregiudizi sono ancora radicati. Mentre nessuno protesta per la costruzione di una fabbrica, nemmeno nel caso si tratti di produzione di armamenti –“porta sviluppo”! è la risposta comune- quando si tratta di energia la diffidenza diventa opposizione, che si concretizza in comitati ad hoc e campagne di demonizzazione.
Questa lunga premessa è necessaria per evidenziare l’eccezionalità del caso di Quingentole, dove una centrale di co-generazione a biomasse è stata recentemente realizzata proprio nel tessuto abitato, adiacente a scuole e servizi pubblici che ne vengono riscaldati. Si descrive quindi brevemente l’impianto nella speranza che serva da esempio per una diffusione capillare di simili iniziative che ci renderebbero meno dipendenti dal petrolio contribuendo al contempo alla riduzione delle emissioni di gas serra.